Faenza e la sua Storia

Le origini della città si perdono nella mitologia. Pare, infatti che i coloni attici che, risalendo l’Adriatico, fondarono Ravenna, si fossero spinti nell’entroterra fondando l’insediamento di Foentia. La città crebbe come centro commerciale sotto etruschi e celti grazie alla posizione favorevole offertale dall’incrocio fra il fiume Lamone, la via salaria che, attraverso gli Appennini, portava il sale in Etruria e Campania e la strada che poi i romani avrebbero lastricato e chiamato Aemilia. In seguito alla conquista romana nel II secolo a.C. fu colonia d’insediamento (Faventia, che significa “la favorita degli dei”) e si sviluppò grazie alla produzione agricola, tessIile e ceramica. Fu nuovamente prospera a partire dall’VIII secolo. Dominata in epoca alto-medioevale dai vescovi, divenne nel XII secolo libero comune.Il Comune inizialmente fu fedele all’imperatore, e questo trova conferma anche dalla visita di Federico Barbarossa che qui si fermò per diverso tempo con tutta la sua corte. Le cronache riportano che nel gennaio 1164 si tenne una quintana in onore del Barbarossa.

Nel 1226 Faenza cambiò completamente bandiera, aderendo alla seconda Lega Lombarda (unica tra le città romagnole). La reazione imperiale fu dura: Federico II la cinse d’assedio, ma senza esito. Nel periodo guelfo la città fu spesso contrastata dalla ghibellina Forlì. Nel 1237 Federico II sconfisse la Lega Lombarda. Faenza fu ceduta alla famiglia ghibellina degli Accarisi, che cacciarono i Manfredi. Ma questi ultimi ripresero il potere. Nel 1239 Faenza era l’unica città guelfa di Romagna[4].

Ma, dopo la sconfitta di Federico II, nel 1248, la città passò sotto l’egemonia di Bologna, principale potenza guelfa della regione. Nello stesso anno entrò in città il primo capitano del popolo nominato da Bologna: Rainerius Laçari. Con la fine del dominio bolognese sulla Romagna negli anni settanta, Faenza, che era stata fino ad allora una città guelfa, effettuò un improvviso cambio di campo. Nel 1274, infatti, il podestà, della famiglia Accarisi, si alleò con Guido da Montefeltro, comandante dei ghibellini di Romagna, e cacciò i Manfredi in esilio. Nel 1282 Papa Martino IV diede incarico a Giovanni d’Appia (Jean d’Eppes), uomo d’armi francese, di riportare la città sotto il dominio pontificio. Entrato in Romagna scendendo dalla valle del Tevere, si diresse verso Faenza. Nottetempo, gli aprì le porte della città Tebaldello dei Zambrasi, famiglia ghibellina.

Nel 1290 Faenza passò sotto il potere di Maghinardo Pagani, signore di Susinana, che approfittò della divisione fra guelfi e ghibellini. Maghinardo si ritagliò un ruolo molto importante nella storia della città e si dimostrò un ottimo politico ed un astuto stratega.

Faenza raggiunse la massima fioritura sotto la signoria dei Manfredi (dal 1313, e in particolare di Carlo II Manfredi, sotto il quale venne rinnovato il centro urbano con la costruzione della cattedrale e del palazzo del popolo). In epoca rinascimentale divenne celebre per la produzione di oggetti in ceramica, esportati in tutta Europa.

Nel 1502 giunse a Faenza, su invito del Borgia, Leonardo da Vinci. Il genio toscano realizzò il progetto di una rete di gallerie sotterranee da usare in caso di emergenza. Non è noto se la rete fu effettivamente realizzata. Nella seconda metà del XVIII secolo Faenza divenne un importante centro del neoclassicismo italiano. Nel 1797 vicino a Faenza, sul fiume Senio, si combatté la battaglia decisiva (ma dall’esito scontato) fra le milizie pontificie e l’esercito di Napoleone.

Nel 1767 Faenza diede i natali al conte Filippo Severoli, che partecipò alle guerre napoleoniche come generale della divisione italiana nella Grande Armée. Si distinse particolarmente tanto da essere onorato dallo stesso Bonaparte con il titolo di conte di Hannover e dalla presenza del suo nome scolpito sull’Arco dell’Étoile, unico italiano presente.

Sotto l’occupazione napoleonica Faenza fu sede, tra il 1803 e il 1815, dell’unico liceo del dipartimento del Rubicone, che comprendeva l’intera Romagna, grazie all’impegno dell’intellettuale faentino Dionigi Strocchi (che diresse dal 1806 al 1809) e dell’amico Vincenzo Monti.

l punto di maggior splendore della Faenza post unitaria fu raggiunto nel 1908 con l’Esposizione Torricelliana, una manifestazione imponente che fu visitata ed inaugurata dal Re in persona portando Faenza alla ribalta nazionale. L’esposizione raccoglieva nelle sale dell’ex convento di San Maglorio i prodotti ceramici contemporanei (provenienti da tutta Europa). Insieme ad esse sono stati esposti tanti esemplari prodotti da antiche fornaci italiane. Conclusasi l’Esposizione, grazie ai doni degli espositori nacque il museo internazionale delle ceramiche.

A prova dell’influenza dell’arte Faentina, il 18 agosto 2006 il Premier del Québec Jean Charest annunciò il ritrovamento della prima colonia francese in Canada, quella di Charlesbourg-Royal[6], e che vi fu ritrovato un frammento di un piatto istoriato realizzato a FaeDurante la seconda guerra mondiale Faenza fu bombardata più volte: il primo attacco si verificò il 2 maggio 1944. Il 13 maggio fu effettuato un secondo attacco. Nel corso di quel durissimo anno, la città fu colpita circa cento volte. I due terzi dell’abitato furono distrutti. Morì sotto i bombardamenti il vescovo, mons. Antonio Scarante. La città fu liberata dalle truppe neozelandesi il 16 dicembre 1944.nza tra il 1540 e il 1550, certamente di proprietà del comandante aristocratico della colonia.

Faenza è tra le città decorate al Valor Militare per la Guerra di Liberazione, insignita della della Croce di guerra al Valor Militare per i sacrifici delle sue popolazioni e per la sua attività nella lotta partigiana durante la seconda guerra mondiale ed è membro dell’Istituto Nazionale del Nastro Azzurro che raggruppa tutti i combattenti decorati al Valore Militare.

 

I maggiori monumenti della città sono raccolti nelle due piazze contigue cittadine, sistemate a partire dal 1313: piazza del Popolo e piazza della Libertà. La prima accoglie gli edifici medioevali del palazzo del Podestà e di palazzo Manfredi (oggi sede del municipio), mentre nella seconda sorge la cattedrale, di fronte ad essa il loggiato del portico degli Orefici, e a lato una fontana monumentale, con sculture in bronzo del XVII secolo.

All’ingresso della Piazza del Popolo sorge la Torre dell’Orologio, fedele ricostruzione post-bellica della torre seicentesca posta nell’incrocio tra ilcardo e il decumano della Faventia romana.

Dopo il fiume Lamone si trova il Borgo Durbecco i cui primi insediamenti risalgono all’XI secolo e dove vi sono la chiesa della Santissima Annunziata, la chiesa di Sant’Antonino, la chiesa della Commenda e la porta delle Chiavi.

Il territorio di Faenza presenta un ambiente agricolo, suddiviso tra i vigneti dei pendii collinari e i coltivati, con tracce dell’antica centuriazione romana in pianura.

Nella zona sono presenti il “Parco carsico della grotta Tanaccia” e il “Parco naturale Carné”, vasta area verde dotata di centro visite e ristoro. Un percorso, tra boschi e ruderi di fortificazioni medievali, si svolge da Croce San Daniele a Ca’ Malanca, nell’alta Valle del Sintria. E proprio a Cà Malanca si trova il Museo della Resistenza, nel luogo dove si svolse un’importante battaglia, quando, nell’ottobre del ’44, la 36° Brigata Garibaldi riuscì a rompere l’accerchiamento tedesco e a ricongiungersi con gli inglesi, pagando un prezzo di sangue altissimo.

Faenza è legata alle sue radici culturali romagnole, ed in particolare al suo dialetto. Assieme a Forlì condivide la fama di sede deldialetto romagnolo tipico, anche se fra i due centri vi sono significative differenze. Difatti in questo territorio perfino fra due frazioni separate da pochi chilometri di strada possono riscontrarsi differenze di termini e accenti. La lingua tende a perdere questa o quella peculiarità a mano a mano che ci si allontana dal nucleo centrale. A Faenza ha sede la Filodrammatica “A. P. Berton”, una delle prime filodrammatiche d’Italia, fondata nel 1883. È un’associazione estremamente attiva dal punto di vista teatrale, rinomata in particolare per le commedie in dialetto romagnolo. Dal 1994 ha una sede stabile: il teatro dei Filodrammatici.

La Biblioteca Comunale di Faenza ha sede nell’ex Convento dei Servi di Maria, adiacente l’omonima chiesa sconsacrata nel 1954.

Il primo nucleo librario risale al tempo delle soppressioni napoleoniche delle Corporazioni religiose (1797). Nel 1804 l’Abate Zannoni, divenuto bibliotecario a vita, arricchì la biblioteca del suo fondo personale: edizioni di classici greci e latini, opere d’antiquariato e di pregio. Superato il dominio napoleonico, la biblioteca venne aperta ufficialmente al pubblico il 25 novembre 1818.

L’Aula Magna si trova al primo piano. Allo stesso piano è l’aula di maggior pregio architettonico: la “Sala settecentesca”, dotata di scansie laccate, eseguite nel 1784. Ebbe la funzione di archivio notarile cittadino, fino al 1923, quando gli atti furono trasferiti in altra sede.

Nella biblioteca sono conservate numerosi fondi, tra i quali sono da annoverare: il fondo dei conti Zauli Naldi, originato da Mons.Domenico Zauli, il fondo filosofico donato da Mons. Vincenzo Poletti, le raccolte dei disegni di Romolo Liverani e di Domenico Rambelli, il fondo dei disegni di Giuseppe Pistocchi, la più ricca collezione di scatole di fiammiferi di epoca Liberty presente in Italia (circa 35.000 esemplari), il Codice 117 (Bonadies), manoscritto musicale del ‘400. Secondo una leggenda nata nel medioevo, all’interno del pozzo presente nel piazzale, si celerebbe un basilisco.

L’Istituto superiore per le industrie artistiche (ISIA) di Faenza è un istituto statale di alta formazione nel campo del design. È uno dei quattro ISIA che in Italia da più di trent’anni si occupano di ricerca e sperimentazione nel settore del design. Gli ISIA fanno parte del comparto AFAM, sotto l’egida del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca.

Museo internazionale delle ceramiche (MIC).

Fu fondato nel 1908 da Gaetano Ballardini, che 8 anni più tardi fonderà l’Istituto Statale d’Arte per la Ceramica G. Ballardini ora a lui dedicato. Fra le personalità che fecero parte del comitato istituito dal Ballardini a sostegno della nascita del museo vi fu anche Tito Pasqui.[9]

Il museo è diventato un importante centro culturale di ricerca e di documentazione per la ceramica di tutto il mondo e può proporre al pubblico un’ampia campionatura di quanto è stato prodotto dall’antichità classica fino ai giorni nostri. Il Museo è attualmente interessato da un ampio processo di trasformazione che, grazie all’aumento degli spazi espositivi, permetterà (ed in parte ciò è già visibile) una più razionale e comprensibile presentazione delle opere al pubblico. Il percorso prende avvio con le ceramiche precolombiane, proposte con il supporto di una raffinata didattica, cui seguono quelle dell’antichità classica dallapreistoria all’epoca romana – e quindi i manufatti provenienti dall’Estremo Oriente (Cina, Giappone, Corea) e dal Medio Oriente. Al piano superiore del vecchio quadrilatero è presentata l’evoluzione delle ceramiche di Faenza dal Basso Medioevo al Rinascimento, che può essere messa a confronto con la produzione del Rinascimento italiano, ripartita per le varie regioni.

Piatto fine sec. XV “Giulia Bella”

Una sezione illustra i successivi sviluppi della ceramica italiana dal Seicento all’Ottocento, dove è possibile ammirare le settecentesche ceramiche faentine della manifattura dei Conti Ferniani, mentre nella Sala Europa si può ammirare una selezione dei prodotti delle principali manifatture europee. Di notevole interesse è il presepe Zucchini, esposto in una sala apposita, raro esempio di presepe monumentale faentino ottocentesco realizzato per la famiglia dei Conti Zucchini dallo scenografo Romolo Liverani. Il Museo non si rivolge solo alle ceramiche del passato, ma è attento a quanto ancora oggi si produce nel settore. Ecco allora i vasti spazi dedicati al contemporaneo che prende le mosse dalle opere dei Premi Faenza, un concorso internazionale che si celebra dal 1938. La sezione accoglie, oltre ad una selezione di designer, anche capolavori di artisti universalmente riconosciuti come Picasso, Matisse, Rouault, Léger, Chagall, Fancello, Fontana, Leoncillo, Burri, Martini, Melotti, Nespolo, Baj, Arman, Matta. Infine, nella nuova sala conferenze, il visitatore può accedere a una multivisione sulla genesi del Museo.

Il MIC è stato riconosciuto dal 2011 come “monumento testimone di una cultura di pace” dall’Unesco.[10]